La lettera che cambiò per sempre l’economia italiana

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Il 12 Febbraio 1981 Andreatta, allora ministro del tesoro, scrive una lettera al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Che si dice in quella lettera? In sostanza, che la Banca d’Italia non è più tenuta ad acquistare titoli di stato emessi dal ministero del tesoro e rimasti “invenduti”. Ma facciamo un passo indietro.

Fino al 1981 la Banca d’Italia, di fatto controllata dal Ministero del Tesoro, comprava titoli di stato emessi in eccesso al tasso d’interesse stabilito dal Tesoro. Ad esempio, il Tesoro emetteva titoli al tasso x%, dove x è molto basso; così basso, da essere minore del tasso di inflazione. Ora, i compratori, non erano soddisfatti di questo tasso di remunerazione (è troppo basso) e soltanto –poniamo– il 50% dei titoli di stato venivano venduti. Non c’è problema però: la Banca d’Italia interveniva e comprava quel 50% di titoli in eccesso. Il punto è che il tasso di remunerazione dei titoli di stato veniva, all’atto pratico, deciso dal Tesoro. Questo fino al 1981. Nel 1981 la Banca d’Italia non è più obbligata a comprare i titoli in eccesso del Tesoro, quindi il tesoro non è più libero di decidere il tasso d’interesse dei titoli di stato: se stabilisce un tasso troppo basso, non riesce a vendere tutti i titoli che vuole vendere.

Facciamo un secondo passo indietro. Perchè mai Andreatta (ma in realtà Ciampi sembra essere già d’accordo) decide di inviare quella lettera? Ci sono almeno due motivi:

  1. L’Italia vive un periodo d’inflazione a doppia cifra

  2. In questo periodo si affermano politiche economiche ed ideologie di stampo liberista (Reagan viene eletto nel ’81, la Tatcher nel ’79)

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L’inflazione: solo una scusa?

E’ vero che gli anni ’70 si sono contraddistinti per un’elevata inflazione. E’ però opinabile che quella forte inflazione fosse dovuta a bassi tassi d’interesse e/o a una spesa pubblica fuori controllo. Andiamo con ordine. Fino al 1981 la spesa pubblica dell’Italia era tra le più basse dei paesi europei industrializzati: era infatti simile a quelle di Francia, Germania e Inghilterra, ed era più bassa di quelle di Belgio e Olanda. L’inflazione, d’altro canto, era determinata da alcune importanti, ancorchè semplici, cause:

  1. La crisi petrolifera, che aveva fatto andare alle stelle i prezzi del petrolio (e che anche negli Stati Uniti aveva generato inflazione)

  2. La scala mobile, che legava i salari all’inflazione (se sale l’inflazione, i salari devono essere adeguati per conservare il potere d’acquisto)

Ora, il fato vuole che dopo l’inizio degli anni ’80 l’inflazione in Italia cali, ed anche in modo consistente. I fautori del “divorzio” di Tesoro e Banca d’Italia gridano al successo: la separazione di Tesoro e Banca d’Italia e il conseguente rialzo dei tassi d’interesse sembra funzionare. In realtà, durante gli anni ’80 (1) la crisi petrolifera si risolve e (2) il meccanismo della scala mobile viene ridimensionato dal governo Craxi. E’ molto probabile che questi due fattori, e non il rialzo dei tassi d’interesse (o il ridimensionamento della spesa pubblica, che peraltro era già contenuta), abbiano favorito un abbassamento dell’inflazione.

Le conseguenze del divorzio

Dunque il contenimento dell’inflazione non è, con tutta probabilità, da attribuirsi alla separazione Tesoro – Banca d’Italia. Ma quali sono le conseguenze del divorzio? Le conseguenze sono essenzialmente tre. Tutte e tre sono, aime, serie:

  1. La più ovvia è che lo stato ha difficoltà a finanziarsi. Ciò vuol dire: difficoltà a costruire e mantenere infrastutture; e tagli alla ricerca scientifica e tecnologica.

  2. A meno di non tagliare eccessivamente la spesa publica, lo stato avrà difficoltà a pagare gli alti interessi sul proprio debito, ovvero sul debito pubblico. Tant’è che il debito pubblico italiano esplode proprio in questo periodo: si passa da un rapporto debito/PIL del 55% nel ’80 ad un quasi doppio 105% nel ’92.

  3. Quando la remunerazione dei titoli di stato è molto alta, ad alcune grandi aziende conviene tagliare una parte dei processi produttivi e comprare titoli di stato (questo perchè le grandi aziende tipicamente hanno margini operativi bassi).

Ma allora qual’è il senso economico del divorzio?

Ci sono due possibili spiegazioni. Una prima spiegazione è che Andreatta e Ciampi fossero in buona fede, ovvero che entrambi credessero genuinamente, insieme ad una pletora di economisti liberisti, che separare Tesoro e Banca d’Italia fosse, da un punto di vista economico, la cosa giusta da fare. La seconda spiegazione (che naturalmente è solo un’ipotesi non provabile) è che Andraeatta e Ciampi fossero in malafede. Secondo voi chi può guadagnare da alti interessi sui titoli di stato? Ci guadagna chi ha un patrimonio consistente, cioè una famiglia o un individuo che dispongono di grandi somme di denaro da investire: infatti tali gruppi ricavano un vantaggio molto più grande dall’alto rendimento dei titoli rispetto al risibile (per loro) svantaggio legato al peggioramente dei conti dello stato (se invece non potete acquistare quantità consistenti di titoli di stato, a voi non conviene, in quanto cittadini italiani, che il sistema Italia peggiori per darvi alti tassi di rendimento sui titoli di stato).

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